Diritto all'ozio?

Non siamo più capaci di oziare, e questo purtroppo sembrerebbe valido anche per le persone anziane. Ma che ne è dell’ozio nella società attuale? Oziare significa veramente non fare nulla? Perché è importante difendere il diritto all’ozio? Ce lo spiega Pietro Ortelli, già docente di lingua e letteratura italiana alla SCC di Bellinzona e già presidente del sindacato OCST Docenti. a cura di Ermete Gauro, presidente Gruppo pensionati VPOD

Occorrerebbe scrivere, anche queste semplici cose, oziosamente, ossia con lentezza e pazienza, prendendosi il tempo necessario. Invece anch’io vado un po’ troppo di fretta - la scelta della lentezza sembra spesso impraticabile - e sono condannato a una certa imprecisione e dunque a un minore grado, eventualmente, di verità. Come diceva un confessore cappuccino a un penitente stremato, “l’amore e la fretta mal si accoppiano”, e io penso che il più piccolo atto di scrittura liberale (cioè non legato a finalità pratiche evidenti), così come la più modesta lezione scolastica – sono stato insegnante – conquistino la loro dignità proprio in forza di un rapporto amoroso con l’oggetto di cui si occupano.

Oziare significa fare ciò che ci interessa di più

Molte delle cose migliori sono frutto dell’ozio, latinamente inteso (quello cioè che si oppone al negozio, ossia al lavoro), e non della frenesia attivistica, dell’idolatria dell’azione, come se fossi io a tenere in piedi il mondo. Ozio non è sinonimo di non far nulla per i latini, e nemmeno per me (quantunque qualche amico magari mi ascolti ridacchiando): significa al contrario fare ciò che ci interessa di più, ossia occupare il tempo lasciando spazio ai nostri interessi autenticamente personali: l’orto, la vigna, la musica, la lettura, la passeggiata nel bosco. La valorizzazione dell’ozio in questo senso non significa affatto – sono stato anch’io sindacalista – misconoscimento del valore del lavoro umano, significa però che non è il lavoro che ci definisce compiutamente: ogni uomo è piuttosto invece definito dai suoi interessi e dai suoi ideali, ossia dal rapporto profondo con le cose e le persone, in una parola con la realtà. È possibile vivere un’alienazione nel lavoro che consiste nel cogliere il proprio valore a partire prevalentemente o unicamente dal successo professionale e quando questo viene a mancare la personalità conosce una crisi profonda: uno non percepisce più il proprio valore e crolla. Molti dei suicidi all’epoca di Tangentopoli, è doloroso dirlo, nascevano proprio da questo: erano uomini la cui consistenza coincideva con il riconoscimento sociale del proprio lavoro e della propria funzione pubblica. Mancando quella non erano più nessuno, e la persona si disintegrava.

Il riposo è umano, ossia oziare è necessario

Chi non apprezza l’ozio, nel senso che qui si dà alla parola, al di fuori del lavoro si annoia e non sa riempire il tempo e la coscienza, e così una delle stagioni più belle della vita, l’età della pensione, quando si apre lo spazio per un’occupazione libera e creativa del tempo, diventa una fase difficile in cui le spinte vitali cadono e malinconicamente ci si annoia.

E non è ozio la domenica? Certamente: tanto è vero che qualche anno fa dagli ambienti industriali italiani era partita l’idea di renderla giornata lavorativa come le altre - di renderla cioè negozio -, per poter mantenere inalterato il ritmo della produzione. Il giorno - speriamo di non vederlo mai - in cui quella proposta si realizzasse, uscirebbe dalla vita sociale, il segno più evidente che il riposo è umano, ossia che l’ozio è necessario.

Mi sembra che un tempo - forse anche oggi, non lo so - ci fosse una legge che proibiva il lavoro domenicale (ad esempio la raccolta del fieno nei campi). Applicata con la giusta elasticità (“Chi di voi se l’asino gli cade nel pozzo il giorno di sabato non lascia ogni cosa per andarlo a ripescare?”), mi sembra un’ottima legge: essa tutela infatti un’immagine di società più umana di quella in cui chiunque può avviare la motosega alle nove della domenica mattina senza che gli capiti nulla.

Si capiva bene l’importanza dell’ozio - cioè, tra l’altro del momento privilegiato in cui l’uomo può anche accorgersi che non vive di solo pane - in una civiltà nella quale era più facile sperimentare, per esempio, l’utilità del silenzio. La conoscevano gli uomini (numerosissimi nel mondo contadino) per i quali la passeggiata nel bosco per fare legna o cercare funghi era un semplice pretesto: in realtà cercavano il silenzio. Nel silenzio la coscienza trovava il proprio passo e si irrobustiva, le cose assumevano il loro senso e gli uomini imparavano a conoscere e a conoscersi (ne parla, con accento indimenticabile, Olivier Clément, quando ricorda l’ambiente del villaggio d’origine, giù nel sud della Francia, caratterizzato da un socialismo contadino marcato in profondità dal sustrato cristiano).

Un simile silenzio è così pericolosamente vicino al pensiero che è mal tollerato da coloro che sono interessati a non far pensare gli uomini.

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