Pensione delle donne a 65 anni? NO è NO!

Prendiamo atto con rabbia della decisione della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio degli Stati di accettare l’aumento dell’età di pensionamento per le donne nell’ambito della riforma dell’AVS 21. Questa decisione sarà probabilmente confermata dal plenum del Consiglio degli Stati.

La riforma AVS21 era già inaccettabile prima della crisi sanitaria e lo è ancora più oggi, dal momento che siamo in prima linea in questa pandemia. Siamo infatti in maggioranza attive nelle professioni particolarmente esposte al contagio del virus: le professioni di cura, pulizia e vendita oltre che di assistenza all’infanzia. A questo si aggiunge il peso fisico e mentale dei lavori domestici, educativi e di cura.

Il mancato riconoscimento del nostro lavoro durante la crisi sanitaria conferma le nostre rivendicazioni dello sciopero del 14 giugno 2019. Tra i 19 punti del nostro Manifesto compare il rifiuto di lavorare più a lungo: “Ci opponiamo all’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne, perché subiamo diverse discriminazioni durante tutta la nostra vita attiva. Vogliamo assicurazioni sociali, in particolare una previdenza vecchiaia, che tengano conto dei nostri bisogni e della nostra realtà.”.

Forti di uno sciopero nazionale, che è stato storico, e facendo leva sulla volontà della maggioranza dell’elettorato che per due volte, nel 2004 e nel 2017, ha rifiutato riforme che prevedevano un aumento dell’età di pensionamento delle donne, vi chiediamo oggi di rinunciare alla riforma dell’AVS 21.

Le nostre rivendicazioni

Abbiamo invece bisogno di una riforma che possa:

  • rispondere all’urgente necessità di migliorare le rendite del 1° pilastro in modo che coprano i bisogni di base in modo adeguato, cosa che di gran lunga non avviene oggi;
  • riconoscere il valore del lavoro domestico, educativo e di cura rafforzando i meccanismi di bonus;
  • rafforzare l’AVS attraverso un maggior apporto di risorse finanziarie sia in termini di contributi, sia con una maggior partecipazione della Confederazione, tramite gli utili della BNS o tramite la tassazione dei dividendi.

In un primo tempo sarebbe sufficiente eliminare la discriminazione salariale definita inspiegabile per compensare i risparmi attesi con l’AVS 21 grazie all’aumento dei contributi versati. Inoltre lo stesso Consiglio federale spiega che basterebbe un aumento dello 0,3% dei contributi paritetici per ottenere delle entrate equivalenti ai risparmi attesi dall’aumento dell’età di pensionamento delle donne e che un aumento globale dello 0,9% dei contributi paritetici coprirebbe del tutto i risparmi previsti dal progetto di riforma AVS 21. Per uno stipendio di 5’000 franchi, ciò rappresenta l’equivalente di 45 franchi al mese, da suddividere tra datore di lavoro e lavoratore.

L’innalzamento dell’età pensionabile per le donne riguarda tutti e tutte: se questa dovesse essere accettata, si spalancherà la porta a nuove riforme che ci costringeranno tutte/i a lavorare fino all’età di 66, 67 anni o più in condizioni precarie! Ma questa misura colpisce soprattutto le donne con le condizioni di lavoro più difficili, che accumulano lavoro retribuito e lavoro domestico e che finiscono per esaurirsi. Quelle che sopravvivono con lavori precari e mal pagati e che lottano per sbarcare il lunario, in particolare le madri monoparentali. Quelle che dopo i 50 anni si trovano in una situazione di disoccupazione di lunga durata. O anche quelle che sono già in pensione e sopravvivono con rendite pensionistiche misere, anche se hanno lavorato tutta la vita e, spesso, si sono occupate delle figlie e dei figli, a differenza degli uomini più ricchi, che vanno in pensione anticipata a 60 anni e con una rendita che per 25% di loro ammonta almeno a 5’000 franchi al mese! E spesso sono proprio questi stessi uomini che vogliono costringerci a lavorare più a lungo. Tutto ciò è non soltanto inammissibile: si tratta di vero e proprio cinismo!

Oggi noi donne siamo ancora e sempre pagate meno degli uomini. Le nostre buste paga contengono uno stipendio medio del 32% inferiore a quello degli uomini, perché la discriminazione salariale si aggiunge al lavoro part-time, alla minore valutazione dei lavori prevalentemente femminili e al lavoro non retribuito. Questa differenza ha un impatto fatale sulle nostre pensioni. Nel complesso, ora riceviamo una pensione inferiore del 37% rispetto a quella degli uomini. La disuguaglianza proviene principalmente dal 2° pilastro, dove il divario di genere è del 63%.

Inoltre nel 2018 il 44% delle nuove pensionate non aveva un 2° pilastro. È ora di ammettere che il sistema dei tre pilastri non funziona e che ciò di cui abbiamo bisogno non è di lavorare più a lungo, ma di avere rendite pensionistiche sufficienti e dignitose. La riforma AVS 21 non fornisce alcuna risposta a questa inaccettabile e persistente situazione di disuguaglianza, imponendoci anzi un anno in più di lavoro. Per questo ribadiamo la nostra richiesta di abbandonarla a favore di una riforma che finalmente metta in atto un modello di previdenza pensionistica egualitaria, solidale e sostenibile.

di Collettivi dello Sciopero femminista e delle donne*

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