Far West in USI e SUPSI: corpo intermedio ostaggio del precariato

Il corpo intermedio di USI e SUPSI, seppur costituendo una componente essenziale della ricerca, si trova sempre più ostaggio di precarietà strutturale e di persistenti criticità retributive. Il ricorso indiscriminato a contratti a tempo determinato, rinnovati su base annuale o pluriennale, sta infatti duramente colpendo il benessere e le prospettive professionali del personale. Nel settore permangono inoltre retribuzioni insufficienti, forme di lavoro ‘‘gratuito’’ e una scarsa trasparenza a livello salariale.

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I dati forniti nella risposta del Governo all’interrogazione 304 del 21.01.2026 confermano, in modo inequivocabile, l’ampiezza e la gravità della situazione. Presso l’USI, ad esempio, tutti i contratti del corpo intermedio risultano a tempo determinato: 555 nel 2022, 626 nel 2023 e 637 nel 2024. In relazione ai casi di rinnovo a catena nel 2024, ben 37 presentano tra i 6 e i 10 anni di servizio, 15 tra i 11 e i 15 anni, 3 tra i 16 e i 20 anni e 1 oltre i 20 anni. Negli ultimi tre anni, addirittura nessun contratto è stato convertito a tempo indeterminato. Alla SUPSI, meno critica ma dove si sta registrando un aumento dei contratti a tempo determinato, essi hanno rappresentato nel 2025 il 33% (170 su 346). Per i due atenei, si registrano oltretutto percentuali lavorative generalmente basse, sintomatiche di un’ulteriore fonte di precarietà.

Queste problematiche, inammissibili pur ammettendo la particolarità del settore universitario e delle diverse categorie accademiche, producono crescente disagio e incertezza. La stabilità occupazionale costituisce infatti il presupposto non solo per consentire una necessaria pianificazione a livello personale, ma anche per assicurare la qualità e la continuità della ricerca. Occorrono dunque maggiori investimenti pubblici mirati, per impedire che la stabilità dell’impiego sia subordinata ai finanziamenti terzi e per preservare il valore aggiunto creato dalla ricerca per la comunità e il nostro territorio.

Il quadro descritto rischia di essere aggravato dai tagli federali nella ricerca, che prevedono una pesante riduzione dei contributi al Fondo nazionale e ai progetti accademici. Ciononostante, le riforme in corso presso i due atenei stentano ancora bellamente a riconoscere e ad arginare il precariato: un’inazione che, complice l’austerità cantonale, porta a rimettere in discussione la credibilità stessa delle due ‘‘eccellenze’’.

Come Sindacato VPOD stiamo ricevendo sempre maggiori segnalazioni su contratti a catena, mancati rinnovi e opacità retributive: è il sintomo di un malessere profondo che, dietro alla visione patinata di USI e SUPSI, si nasconde ormai una precarietà cronica e sistemica. In caso di problemi o disponibilità ad attivarsi, invitiamo a contattare il Sindacalista Edoardo Cappelletti: .

Nell’ambito dell’assemblea del corpo intermedio svoltasi lo scorso 5 marzo 2026 a Lugano, il Sindacato VPOD ha quindi approvato una risoluzione (destinata al Consiglio di Stato, alla Commissione di controllo USI e SUPSI nonché alle rispettive Direzioni), contenente le seguenti rivendicazioni.

In primo luogo, l’adozione di misure concrete per contrastare la precarietà del corpo intermedio, a partire da una netta riduzione dei contratti a tempo determinato e da un piano di stabilizzazione degli impieghi; secondariamente, l’apertura di un dialogo permanente e costruttivo tra le Autorità cantonali, i Rettorati e le Parti sociali, finalizzato a migliorare su più livelli le condizioni di lavoro e retributive della categoria; in terzo luogo, un percorso volto alla conclusione di un contratto collettivo di lavoro anche per il corpo intermedio, che risponda in modo coraggioso e condiviso alle diverse criticità sollevate.